Archivio | Asia RSS feed for this section

Il mio approccio alla Malesia

5 Set

Buongiorno a tutti cari lettori. Oggi incontriamo Manuela, special guest del mercoledì che ci porterà in Malesia. Manuela ha vissuto più volte in questo straordinario paese e ha accettato di parlarcene un po’ alla volta sul nostro blog. Manuela nella vita oltre ad essere insegnante è anche artista e si occupa di teatro di narrazione. Per un mercoledì al mese diventerà per noi narratrice digitale e ci racconterà della sua vita da expat portandoci a conoscere alcuni angoli particolari di questo meraviglioso Paese.

Mi sono avvicinata alla Malesia, prima attraverso i racconti di mio marito, che vi lavorava, poi con visite sporadiche, a partire dal 2005, seguite da soggiorni-vacanza di settimane e mesi, nel 2006, fino a viverci in pianta stabile per poco piu’ di un anno fra il 2007 e il 2008. Poi l’ho lasciato per tornare in Italia, ma come un’amante che non si dimentica, la magia di questo paese ha continuato a stregare il mio cuore, tanto che biennalmente vi sono ritornata (2008 e 2010). Ogni 2 anni, precisi, il destino ha voluto che fortuite coincidenze mi riportassero li’.

Non l’ho amato da subito.

Inizialmente l’idea di vivere in un paese cosi’ diverso dal mio , di cominciare una nuova vita, un nuovo lavoro, nuove relazioni sociali dal niente mi spaventava.

Senza considerare gli aspetti piu’ concreti di questa diversita’: la lingua, il cibo, le usanze culturali, i costumi.

Ma questa paura si e’ sciolta velocemente quando mi sono accorta che la societa’ malese e’ un esempio eccellente di commistione di razze e culture diverse, essendo composta da malesi, cinesi e indiani del sud uniti dalla storia comune di una colonizzazione, quella britannica, che ha portato cinesi e indiani come forza lavoro in Malesia e da li’ poi il loro effettivo inserimento nel tessuto sociale e culturale. Dunque un put-pourri di lingue, di culture, di colori diversi che accoglie come benvenuto lo straniero.

Con tutti i suoi limiti, qui davvero si respira e si tocca con mano l’atmosfera interculturale che tanto si cerca di ricreare nelle scuole italiane. Essendo insegnante, certe cose mi saltano all’occhio: vedere bambini di 6,7 anni che parlano 3 o 4 lingue correntemente e’ semplicemente fantastico: il Bahasa, lingua malese ufficiale, il mandarino (e almeno 1 o 2 dei suoi dialetti) o il tamil (se indiano), l’inglese, altra lingua ufficiale. Mentre i nostri bambini a malapena sanno l’italiano corretto. A Kuala Lumpur ho vissuto davvero la parola integrazione. Bambini che conoscono rituali, usanze, costumi religiosi di culture cosi’ diverse tra loro, le rispettano, ci convivono come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. Qui i bambini davvero non badano molto al colore della pelle, abituati a giocare con gialli, neri, bianchi.

Forse dunque per questa varieta’ culturale, mi sono sentita subito a casa. Mi dilungherei all’infinito sulla ricchezza di un paese che sono 3 paesi insieme, in cui puoi vivere essendo mussulmano (i malesi), buddista (i cinesi) o induista ( gli indiani), dove puoi respirare il clima culturale di 3 paesi cosi’ diversi nella stessa citta’, ma divagherei troppo.

Oggi invece vorrei parlarvi di come inizialmente ho cercato di muovermi (in tutti i sensi!) a Kuala Lumpur, una citta’ che conta 2 milioni di abitanti e che e’ costruita in modo totalmente diverso rispetto le grandi citta’ europee. Come in tutto il resto dell’Asia, la caratteristica che spicca e’ la grandezza: spazi enormi, strade enormi, grattacieli enormi. Niente centro storico chiuso al traffico, piuttosto il contrario: qui il traffico pedonale e’ chiuso! Quasi nessuna possibilita’ di muoverti a piedi, specialmente se non sei un turista e non vivi in centro. Io abitavo a 15 minuti in auto dal centro ma per arrivarci dovevo prendere 2 autostrade.

Come potete immaginare, Kuala Lumpur, nonostante sia una delle citta’ piu’ piccole in Asia non e’ molto a misura d’uomo! Dopo le prime settimane di spostamenti in taxi (nella mia zona residenziale niente metro e pochi autobus), e dopo aver allacciato belle amicizie con alcuni italiani (cerco sempre di evitarli all’estero ma in questo caso un paio di persone mi sono state davvero care!), e’ iniziata la mia “avventura automobilistica”. Infatti una di queste amiche italiane (che e’ poi diventata collega di lavoro nella Jumping Jelly beans theatre company con cui ho collaborato) mi ha offerto il suo piccolo vecchio furgoncino che non usava piu’. Non e’ stato facile guidare sulle strade malesi (ad almeno 4 corsie per senso di marcia), sulla sinistra, alla maniera inglese, con parecchi motorini che ti sfrecciano su entrambi i lati della strada, e con un mezzo del genere ma dopo essermi persa un po’ di volte, in alcuni casi, aver impiegato il doppio del tempo necessario per raggiungere un posto, mi sono abituata ed e’ stato allora che abbiamo fatto l’upgrade! Cioe’ abbiamo sostituito il vecchio furgoncino che ci era stato prestato con una piccola jeep: kambara, comprata di seconda mano da un amico cinese meccanico. La sera, tornare a casa dal lavoro, dalla visita di qualche amico o dallo shopping in completa autonomia, senza averci impiegato un tempo smisurato e senza aver sbagliato nemmeno un’autostrada, con la mia piccola jeep, era una soddisfazione che nemmeno si puo’ immaginare!

Annunci

Personali consigli di viaggio e apprendimenti dal #balilovetour

27 Ago

1. Evita i musei. I musei sono importanti, ma quando ci si trova in una città straniera è più interessante scoprire il presente che andare a caccia del passato.
2. Vai nei bar. Sono i posti dove la vita delle città si manifesta, dove la gente va a prendere il caffè, a parlare del tempo e a discutere con gli amici.
3. Cerca di essere aperto. La guida migliore è qualcuno del posto, che conosce bene la sua città, ne è orgoglioso, e non lavora per un’agenzia di viaggi.
4. Cerca di viaggiare da solo o con il tuo partner. Evita i tour organizzati.
5. Non fare confronti. Prezzi, igiene, mezzi di trasporto: non confrontare niente. Non viaggi per dimostrare a qualcuno che la tua vita è migliore di quella degli altri.
6. Tutti ti capiscono. Anche se non parli la lingua del posto, non aver paura.
7. Non comprare troppo. Spendi i tuoi soldi per cose che non devono essere trasportate: biglietti per uno spettacolo, ristoranti, spostamenti.
8. Non cercare di vedere il mondo in un mese. È meglio restare in una città per cinque giorni che visitare cinque città in una settimana.
9. Un viaggio è un’avventura. Henry Miller diceva che è più importante scoprire una chiesa di cui nessuno ha mai sentito parlare che sentirsi obbligati a visitare la Cappella Sistina con altre duecentomila persone.

Questi sono i consigli di viaggio dello scrittore brasiliano Paulo Coelho. Ma ognuno ha i suoi e Internazionale nel numero che ci ha accompagnato nel nostro #balilovetour (qui, se te li sei pers* puoi leggere tutti i post scritti durante il viaggio) invita ognuno di noi ad esprimere i propri. Noi li abbiamo presi quasi come una Bibbia da seguire passo a passo, abbiamo fatto fatica ad applicare il numero 1 l’unico col quale non ci troviamo completamente d’accordo; abbiamo tradotto la parola bar del secondo punto in “vai per strada agli incroci o nei piccoli negozietti” perchè è lì che la gente di Bali si incontra, a Bali e Lombok i bar ci sono ma sono roba solo per turisti; abbiamo incontrato e interagito con i locali che senza nemmano saperlo sono diventati la nostra guida dandoci utili consigli (grazie ancora Gusti!) ; abbiamo viaggiato da soli immersi con il nostro scooter nella real Bali prenotandoci i pernottamenti e mangiando nei warung, i ristoranti tipici indonesiani; ci siamo morsi la lingua cercando di non pronunciare mai le parole “da noi si fa cosi“; ci siamo sempre arraggianti in inglese, a gesti o semplicemente sorridendo; siamo andati a spettacoli stupendi di musica e danza; ci siamo fermati a volte anche per una settimana nello stesso posto e infine abbiamo vissuto la nostra avventura fino in fondo!

A questa lista come consiglio aggiungeremmo: cerca di dormire presso la gente del posto, evita le catene dei grandi alberghi, preferisci piccoli hotel a gestione locale o come succede a Bali soggiorna presso le famiglie negli home stay.

E i tuoi personali consigli di viaggio quali sono? Come Internazionale ti invitiamo a farlo e a commentare questo articolo con le esperienze e gli apprendimenti dei tuoi viaggi! Dai su non essere timid*

 

Canggu e gli expat a Bali

23 Ago

Se alziamo gli occhi verso il cielo vediamo gli aquiloni volare in alto leggeri e tutto intorno risaie.
Siamo a Caggu a pochi km dalla bella Echo Beach dove vive una grande comunità di “expat”. Ad una ventina di minuti da Seminyak ma lontano quanto basta per non respirare lo smog del traffico intasato. Vivono in case bellissime di legno, baldacchini, zanzariere e piscine zen.

image

Fanno colazione da Bali Buda con cibi rigorosamente bio e la domenica si ritrovano tutti per il consueto concerto al Deus ex machina. Vivono di surf o lavorano tramite internet ed il turismo. Sono ancora giovani per sognare, abbronzatissimi e prendono la vita come viene.
Abbiamo vissuto qui quattro giorni in una casina rigorasamente di legno, col tetto che guardava le stelle, tende e drappi ovunque, statue e lampade etniche.

Abbiamo frequentato i posti che frequentano loro, cenato scegliendo pesce da grigliare ad Echo beach. Da qui abbiamo raggiunto le spiagge di Sanur, Seminyak, Kuta e il famoso e frequentatissimo Pura Tanah Lot. Ma sopratutto ci siamo goduti la vita, dando una frenata al nostro viaggio per fare il punto.

Luca mi ha chiesto se vivrei mai a Bali nonostante il traffico intenso. Mi ci è voluto un pò per rispondere. La risposta è sì, ci vivrei per uno, due anni per godere di quei sorrisi con i quali la gente del posto ti accoglie e che ti rendono la girnata speciale. Quei sorrisi che, a due giorni dalla fine del viaggio, ci mancano già.

Bali fra cerimonie e spiritualità

21 Ago

A Bali è facile imbattersi in una festa, una celebrazione presso uno dei mille templi, un matrimonio.o
Ciò che è meno consueto è prendere parte ad una cremazione che deve avvenire solo in giorni propizi. Da venerdì è festa in tutta Bali, il 17 festa della Repubblica, ieri, oggi e domani si festeggia la fine del Ramadam. E a Sanur ci siamo imbattuti in una cremazione.

image

Mentre camminavamo sulla spiaggia tra lussuosi resort ed attempati stranieri in vacanza siamo stati attratti dagli echi dei gamelan, le persone erano centinaia, tre i corpi da cremare, ovunque fiori e cibo. La cremazione per i balinesi è una vera e propria festa dove non devono mancare abbondanti offerte per gli Dei. Siccome la cerimonia ha un costo elevato non sempre avviene nei momenti immediatamente successivi alla morte. Un corpo può essere sotterrato anche per un anno in attesa di essere cremato insieme ad altri.

image

La salma del defunto viene trasportata a spalla da un gruppo di uomini su di una sorta di torre di bambù a più piani decorata con fiori, fili d’argento, gli immancabili ombrellini, seta, carta e stoffe colorate. Le dimensioni della torre dipendono dall’importanza del defunto.

image

La cerimonia ha inizio al Mother Temple, durante il percorso la torre viene scossa, fatta roteare, cosparsa d’acqua (tra il divertimento dei presenti) allo scopo di confondere lo spirito del defunto per impedurgli di ricongiungersi al corpo, considerato un legame impuro con il mondo materiale di cui l’anima deve liberarsi per evolvere e raggiungere lo stadio superiore.

image

Una volta arrivati sul luogo della cremazione la salma viene trasferita in un sarcofago che viene bruciato insieme alla torre. Le ceneri che si ottengono vengono trasportate in mare da un corteo di soli uomini per essere disperse.

In questo modo l’anima liberatasi dell’involucro del corpo, è libera di salire in cielo per attendere la successiva incarnazione.
Mancano pochi giorni al termine del nostro viaggio e ciò che, ne siamo certi, ci mancherà maggiormente saranno questi improvvisi ed inaspettati regali di spiritualità e sorrisi.

Lombok, terra dei Sasak

19 Ago

Entriamo a Sade, villaggio tradizionale Sasak nel Sud di Lombok, accompagnati da un uomo del villaggio.

image

Le case qui sono in bambu, con tetto in paglia e fondamenta in sterco di vacca. La prima che incontriamo è quella del capo del villaggio. Ogni casa ha due stanze, una adibita a camera da letto e l’altra a cucina, dentro poche cose: qualche stoviglia, le stuoie arrotolate da una parte pronte per la notte.
Le donne oggi si sono date appuntamento nel luogo in cui gli uomini si incontrano per discutere le questioni importanti.

image

Fra pochi giorni finirà il Ramadam, il mese del digiuno per i musulmani, e loro stanno preparando i dolci per la festa. Le bimbe rigirano una pasta marrone fatta di riso e zucchero mentre le mamme chicchierano animatamente.

image

La religine Sasak è un misto di islam e animismo come dimostra la moschea al centro del villaggio.
Girando per le vie del paese incontriamo anziane che si dedicano a tessere sarong proponendoci i pezzi migliori.

image

Gli uomini a quest’ora del mattino sono nelle risaie a combattere la quotidiana lotta contro la natura. Il riso una volta sopravvissuto agli uccelli nei campi deve combattere i roditori, a questo servono i lumbung, tradizionali riserve sopraelevate da terra.

image

All’uscita del villaggio lasciamo un’offerta con l’augurio che l’atmosfera di tradizione e comunità che abbiamo respirato rimanga nel tempo senza trasformarsi in attrazione per turisti.

I diari della motocicletta – Lombok version

18 Ago

Ebbene è successo.
Sull’asfalto dalle condizioni migliori che abbiamo incontrato dall’inizio del viaggio, svoltando in una curva un cane ci attraversa la strada, Luca frena per evitarlo e tutto accade in un attimo.
Mi volto, il tipo dietro di noi, a sua volta in scooter è a terra in mezzo alla strada, Luca accosta.
Siamo ancora in piedi e lo scooter sembra illeso.
Mi guardo il piede, c’è una specie di cratere sul collo del destro.
Beh non male, i vulcani vanno di moda qua!

E poi mi trovo attorniata da donne dolcissime che si preoccupano per me, mi sorridono, mi dicono di non preoccuparmi. E si scusano per qualcosa di cui non hanno colpa perchè la colpa è di quello dietro di noi che non ha frenato in tempo. Ma sembra che tutti si sentano coinvolti.

E viene il momento del “centro di salute”.

Una stanza malandata, in cui è meglio dimenticarsi del termine “asettico”, dove un dottorino mi guarda il piede, mi medica e mi prescrive un milione di medicine senza quasi proferir parola.

Sembra tutto finito qui mentre invece è adesso che viene il bello.
Amed (e sì un altro Amed, si vede che qui si chiamano tutti così, come a Bali si chiamano tutti Nyoman), che fin da subito ci ha assistito, insiste perché lo seguiamo al villaggio dove sembra ci sia una sorta di unguento miracoloso a base di latte di cocco. Torniamo in sella allo scooter e iniziamo ad addentrarci tra le strettissime viuzze di un agglomerato di case. Giungiamo infine ad un’abitazione, una via di mezzo tra una capanna e una rimessa di attrezzi. Ci accolgono sua moglie e i suoi numerosi figli. In pochi attimi ci troviamo travolti dalla loro ospitalità: seduti su una stuoia a condividere parte del loro pranzo e a bere caffè (che qui a Lombok è veramente speciale!).
La moglie allora inizia ciò che da generazioni si tramandano gli abitanti di quest isole: la tecnica del massaggio curativo. Con sicurezza le sue mani, unte dall’olio, iniziano a sciogliere tutta la tensione e i gonfiori causati dal trauma dovuti dall’incidente.

image

In sottofondo, mentre anche Amed si adopera in un massaggio al cuoio capelluto, incessanti per tutta la durata della seduta sono le risa e le parole del piccolo della famiglia…il suo nome? Amed naturalmente!

Cosa ci ha insegnato l’avventura di oggi? Che esiste sempre un equilibrio tra il Bene ed il Male, tra momenti buoni e brutti.
Crisi e opportunità.

La nostra disavventura sulle due ruote ci ha permesso di assaggiare in pieno la grande umanità degli abitanti dell’isola di Lombok.

image

Le meravigliose baie nei dintorni di Kuta, Lombok

16 Ago

Pochi dei turisti che vengono a Bali poi decidono di proseguire per Lombok. Da molti considerata meta poco attraente e da alcuni anche un pò pericolosa su di lei ne abbiamo sentite di tutti i “colori” preparando il nostro viaggio.
A noi Lombok sta piacendo tanto.
Oggi ci siamo dedicati ad esplorare i dintorni di Kuta dove alloggiamo.
Andando verso ovest si arriva alla spiaggia più spettacolare di tutte (anche se la gara è davvero dura!): Mawun.

image

Una baia a forma di mezzaluna incorniciata da alti promontori con una distesa di sabbia bianchissima e acque turchesi. La strada per arrivare è un’avventura di per sè fra ampie buche, galline, mucche al pascolo, bambini nudi che giocano nei campi e piantagioni di tabacco. Come per tutte le altre spiagge è indispensabile avere un mezzo proprio da riservare con anticipo (abbiamo visto vari turisti rimanere a bocca asciutta quindi meglio prenotare lo scooter insieme alla camera).
Sulla strada per Mawun a tre km da Kuta ci si imbatte in un ristorante con una vista pazzesca sulle baie: Astari, un posto in cui mangiare samoa sdraiati su cuscini a contemplare l’infinito, non male vero?

image

Andando invece verso ovest si costeggia il mare tra palme da cocco e piccoli villaggi su una strada che solo apparentemente sembra essere in miglior stato. La prima spiaggia che incontriamo è Pantal Segar, una distesa di sabbia a granelli su acque cristalline popolata per lo più da qualche pescatore. Si perchè non possiamo omettere che queste spiagge sono per lo più deserte, aspetto che le rende ancor più interessanti.

image

Proseguendo la strada si arriva alla spiaggia più estesa in cui siamo mai stati non solo qui ma in vita nostra, una baia a forma di ferro di cavallo dalla spiaggia lunga ed estesa in due ampi archi di sabbia finissima: Tanjung Aan.

image

Giudicate coi vostri occhi, non è da pazzi venire fino a Bali, magari alle Gili e perdersi questi paradisi?